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Volpe artica

La volpe artica, Alopex lagopus, è un canide di piccole dimensioni nativo delle regioni artiche, può raggiungere i 55 centimetri di lunghezza e può avere una coda lunga fino a 30 centimetri.

Si presenta ricoperta da folto pelo, che le consente di resistere alle temperature più rigide.

Il manto presenta colorazioni diverse a seconda della stagione e dell’habitat , questo le permette di mimetizzarsi perfettamente con l’ambiente che la circonda. Le specie che abitano le zone costiere vengono dette anche volpi blu, per la particolare colorazione che assume il pelo durante l’inverno.

Ha le orecchie piccole il muso corto e le zampe pelose.

Per proteggersi dal freddo scava delle tane.

Vive nelle zone costiere e nelle tundre, delle aree circumpolari, attraverso tutto l’artico.

Una delle principali fonti di cibo sono i lemming, ma possono cibarsi di lepri artiche, di uccelli e delle loro uova.

Le volpi artiche tendono a formare coppie monogame durante il periodo della riproduzione.

Le nidiate sono di una mezza dozzina fino a una dozzina di cuccioli, che nascono all’inizio dell’estate.

La varietà bianca è solitamente presente nella tundra.

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Vulcano Bárðarbunga, Islanda

Il Bárðarbunga è uno strato vulcano subglaciale, situato al di sotto della calotta del più grande ghiacciaio d’Europa: il Vatnajökull. Ha un altezza s.l.m. di 2009 m (seconda cima più alta d’Islanda).
Questo vulcano ha una caldera di circa 70 Kmq, con una larghezza pari a 25 Km e una profondità di circa 700 m.
Questo vulcano nel passato era poco noto in Islanda a causa della sua posizione isolata, studi recenti hanno dimostrato che molti strati di materiale piroclastico, ritrovati in diverse zone dell’Isola, sono da imputare a sue eruzioni avvenute nel passato.
Numerosi sistemi fissurali sono connessi al complesso vulcanico, molte fratture estese sono presenti sui fianchi e si sviluppano per centinaia di Km sia verso SO che verso NE. Una copiosa eruzione il 29 agosto 2014 ha avuto inizio proprio da una di queste fratture, denominata Holuhraun.
Si è stabilito che circa 8500 anni fa un eruzione fissurale, generatasi da questo sistema, ha prodotto il più grosso flusso di lava dell’Olocene, producendo circa 30 Km cubi di lava.
L’ultima eruzione in epoca storica è avvenuta nel 1910, ma ci sono stati altri eventi a partire dal 1986, che hanno causato prevalentemente jökulhlaup e terremoti (jökulhlaup termine islandese che significa letteralmente “ghiaccio che corre”, sono innondazioni conseguenti ad eruzioni subglaciali).
Alla data del 28 ottobre 2014 l’eruzione iniziata il 29 agosto 2014 è ancora in corso, il campo lavico continua ad espandersi verso NE e copre più di 55 Kmq con un volume di 0,77 Km cubi, gli sciami sismici continuano invece nella caldera del vulcano, dove è in atto una forte subsidenza della caldera stessa.
Si sta verificando anche un notevole inquinamento dovuto ad un imponente emissione di SO2 (anidride solforosa), che a seconda dell’intensità e direzione dei venti a volte raggiunge persino la capitale Reykjavik.
Durante l’eruzione fissurale di Holuhraun si sono potuti osservare dei fenomeni secondari relativi alle eruzioni vulcaniche molto spettacolari i “dust devils”, questi mulinelli simili a quelli che si formano nei climi aridi, si generano a seguito dell’intensa convezione di calore.

Informazioni tratte da Volcano Discovery e Vedur.is

Immagini tratte dalla rete


Qualche informazione sui Puffin

La Fratercula arctica o pulcinella di mare (famiglia degli Alcidi), nota anche con il nome di Puffin (e in islandese di Lundi) è un uccello di medie dimensioni, 30 centimetri circa per 400/600 grammi di peso, caratterizzato da un becco coloratissimo.
Popola, in estate, i mari e le coste dell’oceano atlantico settentrionale.
Nidifica sulle coste in colonie nella stagione estiva e passa l’inverno al largo, raggiungendo anche il mar mediterraneo occidentale.
Costruiscono il nido in cunicoli sotterranei, di lunghezza fino a 2 metri e 15 centimetri di diametro, con il fondo ricoperto di piume e foglie secche.
Di anno in anno i Puffin tornano allo stesso nido e generalmente mantengono la stessa compagna.
Hanno le ali molto piccole rispetto alle dimensioni del corpo, per cui le battono molto velocemente per spiccare il volo, 300/400 battiti al minuto!
Possono raggiungere una considerevole velocità di 80 km/ora!
La durata media della vita di una pulcinella di mare è di circa 20 anni.
In Islanda vive circa il 60% della popolazione mondiale dei Puffin.

 


Laki, Islanda 1783

Quando nel 1783 iniziò l’eruzione di Laki, il reverendo Jon Seingrimsson, si rivelò un ottimo osservatore, non limitandosi alla sola descrizione dell’eruzione, ma descrisse anche le conseguenze che si ebbero sulla natura e la popolazione.
Questo risultò un importantissimo ed eccezionale strumento di lavoro per i vulcanologi.
Gli abitanti della zona, coinvolta dall’eruzione, intuirono che qualcosa di grosso stava per accadere, infatti la terra non aveva smesso di tremare da un mese, ma non potevano intuire che un’eruzione vulcanica da li a poco sarebbe avvenuta.
L’eruzione iniziò 8 giugno del 1783, verso le 8 del mattino.
Si aprì una gigantesca frattura eruttiva ed incominciò ad emettere grandi colate di lava con spettacolari fontane di lava di considerevole altezza, fino a 1000 metri d’altezza!
Lungo questa frattura di 25 km si allinearono circa 125 crateri.
La portata stimata del fiume di lava era fenomenale: 5000 metri cubi al secondo e tutto questo continuò per circa 2 mesi.
Al termine dell’eruzione vennero emessi 12,3 Km cubi di lava, la superficie ricoperta superò i 550 Km quadrati e 8000 Km quadrati vennero ricoperti da ceneri.
Tutti i pascoli e le acque superficiali dell’isola vennero inquinate, il 50% dei bovini, il 79% degli ovini e il 76% dei cavalli morirono per avvelenamento e per fame.
Anche per gli uomini le conseguenze furono disastrose, il 24% della popolazione del tempo morì di fame in seguito all’evento eruttivo.
Anche a lunga distanza si ebbero conseguenze catastrofiche, di cui solo ora ci rendiamo conto.
In Inghilterra, Germania e Francia si verificarono eventi straordinari a partire dall’estate 1783; una strana nebbia “asciutta” di consistenza e colore ignoto, oscurò il cielo.
Questi fenomeni interessarono anche l’Italia, dove si narra che i pescatori della baia di Napoli, non osarono avventurarsi al largo, a causa del notevole abbassamento della visibilità.
A tutto questo si sommarono insoliti effetti meteorologici in tutta Europa, si registrarono tempeste violente e devastanti.
Dopo circa un mese di nebbia persistente, si ebbero drammatici danni alla vegetazione ed ai raccolti con conseguenti carestie.
Anche i danni sulla popolazione non furono da meno, occhi stanchi, mal di testa e difficoltà respiratorie furono i malesseri più frequenti.
Il malcontento popolare raggiunse in quell’epoca, punte così elevate da sfociare in movimenti violenti, che alcuni studiosi legano all’inizio della Rivoluzione Francese.

Mauro Scattolin

 


Il lago Myvatn e i suoi pseudocrateri

Un importante eruzione del sistema vulcanico di Krafla, avvenuta circa 2500 anni fa in Islanda, fu la causa della formazione del lago Myvatn.
Il grande quantitativo di lava emessa si riversò in una depressione, causando la formazione del lago per sbarramento dei corsi d’acqua.
Gli pseudocrateri, presenti nel lago, si formarono per eruzioni di vapore, indotte dalla lava.
Le depressioni, ora ricoperte da una rigogliosa vegetazione sono dette pseudocrateri, perché non sono dei reali crateri, formatisi sopra un condotto vulcanico.
La lava eruttata si è infiltrata nei paludosi acquitrini della zona, l’interazione tra acqua e lava ha generato eruzioni di vapore, che hanno creato queste depressioni.
Successivamente quando la lava si è solidificata, il bacino è stato riempito dalle attuali acque del lago.
Il lago Myvatn è un lago eutrofico, cioè ricco di sali e fitoplacton (saturo di fosforo e azoto), questa è la causa della abnorme crescita di vegetazione della zona ed è per questo motivo che gli acquitrini attorno al lago sono una riserva naturale che ospita molte specie di uccelli, nonché i famosi moscerini.
Myvatn infatti, in islandese, significa lago dei moscerini.

Mauro Scattolin


Come organizzare lo zaino fotografico per un viaggio in Islanda

L’Islanda con le sue bellezze naturali e i suoi molteplici colori  è una delle mete preferite per i fotografi di paesaggio. Anche in inverno quando la natura “riposa” sotto la coltre nevosa le luci basse del giorno e dell’aurora boreale ne rendono i paesaggi uno spettacolo davvero unico.

Quindi, se vi state preparando per un viaggio fotografico, ecco una sintesi di cosa non potrà mancare nel vostro zaino (ovviamente impermeabile):

  • corpo macchina (meglio full frame per riuscire a sfruttare pienamente un grandangolo e inquadrare così interamente la vastità del paesaggio);
  • grandangolo e teleobiettivo con relativi paraluce (un 16-35mm e un 70-200mm vanno benissimo),
    meglio se molto luminosi con apertura f2.8 in caso abbiate la fortuna di riuscire a fotografare l’aurora boreale;
  • un treppiede con testa 3D (per gli amatori che devono acquistarne uno va benissimo il modello Manfrotto Compact MKC3-P01);

Inoltre, per chi è già più esperto potrà essere utile avere:

  • schede di memoria e hard disk (se possibile anche un computer portatile o ipad  per dare un’occhiata ai vostri scatti a fine giornata);
  • Filtro UV, Polarizzatore e ND (per poter fare delle lunghe esposizioni);
  • una protezione impermeabile per poter fotografare anche sotto la pioggia (una cuffia da doccia va benissimo);
  • scatto flessibile;
  • uno speedlight in modo da realizzare delle immagini suggestive la notte e poter illuminare così dei soggetti in primo piano;
  • un moltiplicatore di focale per catturare i soggetti più lontani come le pulcinella di mare;
  • batterie di ricambio, perchè in caso di temperature molto basse tendono ad esaurire velocemente la carica.

Nei prossimi incontri inizieremo a dare dei consigli tecnici su come scattare delle splendide fotografie.

Per il momento se volete approfondire un argomento in particolare scriveteci pure.

Sonia Santagostino


Trekking Thorsmork – Landmannalaugar: breve resoconto di viaggio

Da alcuni anni accompagno il trekking Thorsmork – Landmannalaugar, noto anche come “Laugavegur”, il sentiero delle sorgenti calde.
Questo è il percorso più conosciuto e amato in Islanda ed è considerato da molti che lo hanno percorso uno dei trekking più belli al mondo.
Lungo tutto l’itinerario è un continuo variare di paesaggi, ghiacciai, vulcani, sorgenti calde, canyon, cascate, fiumi impetuosi e soprattutto una varietà infinita di colori.
E’ affascinante percorrere questo trekking, perché bisogna farlo in autonomia, bisogna trasportare il proprio cibo, i sacchi a pelo e tutto quello che ci serve per tre giorni, i rifugi che si incontrano sul sentiero, offrono solo il posto letto e l’uso della cucina.
Questo modo di spostarci ci consente di vivere appieno l’Islanda e la sua natura prorompente!

Dallo scorso anno abbiamo deciso, assieme alle altre guide slow-trekking di aggiungere al classico percorso (Thorsmork-Landmannalaugar), un giorno in più di cammino per rendere ancora più completo l’itinerario.
Dalla splendida cascata di Skogafoss ci si dirige fino al passo Fimmvörðuháls da cui si scende verso la suggestiva vallata di Thorsmork.
Sicuramente questa è la tappa più impegnativa, le difficoltà sono dovute al dislivello che bisogna superare, circa 1000 metri, ma anche alla lunghezza del percorso: circa 10 ore di cammino.
L’attraversamento del campo lavico ancora fumante, dopo l’eruzione del vulcano Eyjafjöll e la vista sugli sconfinati ghiacciai ripagano sicuramente la fatica dell’ascesa.
La discesa verso Thorsmork (il bosco di Thor) è altrettanto appagante, si cammina in mezzo a valloni scavati nella cenere, accumulatasi in seguito alle numerose eruzioni che si sono susseguite nel corso dei secoli.
Camminando in questi luoghi sembra di attraversare il paese delle fiabe!

La seconda tappa è dal rifugio di Thorsmork a quello di Emstrur.
Si parte attraversando il bosco di Thor costituito da betulle nane, l’originario bosco islandese.
Probabilmente lo scenario che attraversiamo è molto simile, a quello che trovarono i primi vichinghi  che colonizzarono l’isola.
Pochi chilometri dopo il rifugio si deve superare la prima difficoltà,
non tutti i fiumi sul tracciato hanno i ponti, il fiume Throngan è uno di quelli, ed è sicuramente il guado più impegnativo, a volte ci è capitato di attraversarlo con l’acqua che superava abbondantemente il ginocchio e la corrente molto forte, fondamentale è avere i bastoni da trekking, utili per mantenere l’equilibrio nella corrente.
Durante questa tappa è d’obbligo fermarsi e girarsi ad ammirare l’imponente sagoma del ghiacciaio Eyjafjallajokull sotto il quale “batte il cuore” del vulcano, tanto famoso dopo l’eruzione del 2010.
Dopo circa 15 km di cammino si giunge al rifugio Emstrur, posizionato su un terrazzo naturale dove è possibile ammirare l’imponenza del ghiacciaio Myrdalsjokull, secondo ghiacciaio d’Islanda, dove sotto la sua coltre di oltre 200 metri di ghiaccio è celato l’enorme vulcano Katla.

Durante la terza tappa si attraversano vastissimi pianori ammantati da cenere, luoghi che possono diventare infernali se si alza il vento!
Guadato il fiume Blahfiallakvisl dopo pochi chilometri si arriva al rifugio di Alftavatn costruito in riva all’omonimo lago, in un luogo fantastico!
Per gran parte di questa tappa si è accompagnati dalla vista del vulcano Hattafell, che si innalza imponente dall’altopiano, in islandese vuol dire la “montagna a cappello”.

L’ultima fatica è di 20 chilometri, da Alftavatn a Landmannalaugar.
Poco dopo la partenza è necessario superare un dislivello di 400 metri, che porta su un altopiano, dove è possibile trovare molta neve, in questo caso è necessario prestare molta attenzione nell’attraversare le vallette colme di neve, sotto cui scorrono piccoli torrenti.
Superate queste ultime difficoltà si raggiunge il rifugio di Hrafntinnusker, costruito su un promontorio ricoperto di ossidiana luccicante che rende il paesaggio surreale.
Dopo una breve sosta si riparte alla volta delle “montagne colorate” di riolite, che caratterizzano il paesaggio di Landmannalaugar.
In questa zona il colore arancione è prevalente, ma non l’unico, si alternano verdi, azzurri, rossi e come se non bastasse i colori continuano a cambiare al variare della luce influenzata dal passaggio delle nuvole.
Si attraversa un altopiano a 1000 metri di altitudine, a tratti ancora coperto di neve, si giunge così ad un valico dove è possibile ammirare tutta la maestosità della colata di ossidiana che copre l’area di Landmannalougar.
Le forme e i colori in questa zona sono incredibili!
Sorgenti di acqua calda, fumarole e l’odore acre dello zolfo ci ricordano che qui sotto c’è ancora tanta energia e tutto è così labile e improvvisamente mutevole.
Dopo una ripida discesa si giunge all’ultimo rifugio…dove ci aspetta un rilassante e ritemprante bagno caldo, nella pozza naturale a 40 gradi!

Mauro Scattolin


Hakarl: specialità islandese

Si dice che solo i veri uomini possano mangiare questa specialità senza vomitare!

Per la produzione dell’Hakarl vengono utilizzate due specie di squalo: il Somniuosus microcephalus (squalo della Groenlandia) e il Cetorhinus maximus (squalo elefante).

La carne fresca di queste due specie non è commestibile, in quanto contiene enormi quantità di acido urico.
I vichinghi per molto tempo cercarono un modo per renderla commestibile, vista la grande quantità di queste specie presente nei loro mari; e alla fine ci riuscirono, bastava semplicemente lasciarla putrefare!
Lo squalo viene privato della testa e delle interiora e successivamente messo in una fossa scavata nella sabbia. La fossa viene riempita di ciottoli, in modo da costituire una collinetta al di sopra della quale vengono messi dei grossi massi, che servono a pressare la carne dello squalo; in questo modo vengono espulsi i liquidi.
La carne viene lasciata nella fossa per 6-12 settimane a seconda della stagione.

Una volta tolto dalla fossa, lo squalo viene tagliato in grosse strisce e viene appeso negli essiccatoi per diversi mesi, durante i quali si forma una crosta bruna, che viene rimossa prima di essere consumato.
Viene conservato in vasetti ermetici, per via dell’acre odore rilasciato.
Alcuni sostengono che il sapore sia meglio dell’odore.

Solitamente l’Hakarl viene accompagnato da un distillato di patate aromatizzato al cumino, il Brennivin (vino ardente).

Mauro Scattolin

immagini prese da internet

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Cavalli Islandesi e Landsmót

copertina cavalli

In Islanda una leggenda narra che più di mille anni fa una giumenta di nome Fluga, vedendo il verde paesaggio dell’isola, saltò in acqua da una nave vichinga, raggiunse la spiaggia e fuggì, dando così origine alla razza del cavallo islandese.
I cavalli islandesi sono molto robusti e resistenti alla fatica, per merito loro i vichinghi poterono raggiungere le zone meno accessibili ed impervie, senza di loro non si sarebbe potuta colonizzare l’isola.
La razza equina islandese deriva dai cavalli della Siberia e della Mongolia, razze molto usate dai vichinghi.

Questi cavalli hanno una particolarità, quella di muoversi con cinque andature:
1) il passo (fetgangur)
2) il trotto (brokk)
3) il galoppo (stökk)
4) l’ambio (skeid)
5) la corsa leggera (tölt)

Il cavallo islandese è una specie tutelata, infatti dal 1909 è vietato importare cavalli, è proibito reintrodurre un cavallo che ha lasciato l’isola, è inoltre vietato importare selle e briglie usate, per evitare malattie dei cavalli.

Il Landsmót è uno degli eventi più importanti dell’isola ed è il tributo al cavallo islandese.
Si tratta di una parata ippica che si svolge ogni due anni, non ha un luogo fisso di svolgimento, ma è itinerante, comunque sempre in località simbolo per l’allevamento.
Durante il giorno i cavalli svolgono le competizioni all’interno dell’ippodromo, alla sera le migliaia di persone che intervengono a questa manifestazione, festeggiano mangiando testa di pecora, purea di patate e bevendo il Brennivin (distillato di patate aromatizzato al cumino).
Il cavallo che vince questa manifestazione può valere molti soldi, oltre alla popolarità che porta al suo proprietario al fantino e ai suoi discendenti.
Il prossimo Landsmót si svolgerà ad Hella dal 30 giugno al 6 luglio 2014, esiste anche un sito dove potrete seguire la manifestazione: www.landsmot.is

Mauro Scattolin

Foto di Elena Barsottelli e Sonia Santagostino


Il timo e le sue proprietà

Una delle piante che incontriamo molto frequentemente passeggiando per l’Islanda è il Timo.

Come da tradizione, le pecore islandesi trascorrono l’estate pascolando liberamente nelle regioni montuose del paese e si nutrono principalmente di erbe di montagna. In particolare il Timo, ne rende ancora più ricco e delicato il sapore della carne, così apprezzata dal popolo islandese e non solo…

Tutte le specie di Thymus, spontanee e coltivate, condividono le medesime proprietà officinali.

Questa pianta fiorisce da maggio a giugno

Nome scientifico: Thymus sp.

Famiglia: Lamiaceae (o Labiate)

Nomi volgari: serpolino, pepolino.

Etimologia: Thymus deriva dal greco “thymos”, derivato de “thyein” = profumare, perché le piante di questo genere sono aromatiche.

Il Timo è un arbusto della famiglia delle Labiate, come il rosmarino e la lavanda, ed è originario della regione mediterranea. Si coltiva nella maggior parte delle zone temperate del mondo. Le piccolissime foglie, molto aromatiche, possono essere di colore verde chiaro, verde brillante o dorato, ma anche grigio o argento, e talora sono ricoperte da peluria. I fiori sono raccolti in piccole spighe e hanno colori che variano dal bianco al cremisi passando per la gamma del rosa e del lilla.

NELLA STORIA

I Greci ritenevano che il timo infondesse coraggio e i soldati ne strofinavano le foglie sul petto prima di andare in battaglia.

I Romani lo univano all’acqua del bagno per riceverne vigore, forze e coraggio.

I medici arabi Avicenna e Averroè la utilizzavano come antiveleno, antireumatica ed antitosse.

Per il filosofo Gian Battista della Porta quest’erba, se strofinata od odorata era in grado di rendere gli uomini immuni dalle malattie e di assicurare loro una lunga vita.

Alberto Magno la considerava utile come sedativo ai malinconici ed agli epilettici.

Durante lo consigliava per combattere i vermi, espellere il sangue rappreso dal corpo, contro lividi ed ecchimosi e nelle infiammazioni del nervo sciatico.

PROPRIETA’

Del timo si usa la parte aerea che si raccoglie in estate, si essica all’ombra e si conserva in recipienti ermetici.

E’ un ottimo rimedio nelle bronchiti acute e croniche, nella pertosse e nei catarri delle vie aeree superiori in quanto antisettico ed antibatterico; viene utilizzato per uso esterno per gargarismi e collutori, impacchi ed inalazioni, o per uso interno mescolato a miele o marmellata.

L’infuso a digiuno assunto per lungo tempo funziona da antifermentativo intestinale, antiparassitario e come digestivo.

L’olio essenziale viene usato nelle micosi cutanee.

Va evitato in gravidanza perché è uno stimolante uterino.

Marina Berti

 


Islanda – Jokulsarlon – La Laguna Glaciale

Nel momento in cui i primi coloni sbarcarono in Islanda, il fronte del ghiacciao Breiðamerkurjökull, una delle numerose lingue glaciali del grande Vatnajökull era circa 20 Km più a nord di quanto non sia adesso. Circa nel 1200 il clima cominciò a raffreddarsi, raggiungendo un picco massimo tra il 1600 e il 1900, periodo conosciuto anche come “la piccola era glaciale”. In questo periodo il ghiacciaio avanzò arrivando fino ad un chilometro dalla costa. La laguna è piuttosto giovane, fino al 1934 il fiume glaciale si sviluppava dal ghiacciaio fino al mare. Quando il ghiacciaio incominciò a ritirarsi si formò una laguna con una profondità massima di 190 metri, di dimensioni sempre maggiori, in circa 35 anni raddoppiò la sua dimensione. Il fiume continua a ridurre sempre di più il suo corso, grazie anche alla continua erosione del mare. Il formarsi della laguna ha arrestato il trasporto dei detriti fino al mare, causando un indietreggiamento della costa di 8 metri circa ogni anno. Siamo arrivati ad un punto tale che, ora è minacciata dall’erosione la strada principale. Dal fronte del ghiacciaio continuano a staccarsi iceberg che possono vagare alcuni anni nella laguna, prima di trovare la via di fuga, attraverso il canale che collega la laguna al mare.


L’eruzione di Heimaey – Isole Vestmannaeyjar – Islanda

Il 23 gennaio 1973 si aprì una fessura sull’isola di Heimaey, dalla quale cominciarono a fuoriuscire lava ed enormi quantitativi di cenere.
L’allarme scattò subito e nel giro di sei ore, i circa 5000 abitanti dell’isola, furono evacuati utilizzando barche, aerei ed elicotteri.
Rimasero sull’isola solo i membri della protezione civile islandese per coordinare le operazioni di salvataggio.
In breve tempo crebbe un vulcano e a causa della continua emissione di lava furono distrutte le fattorie nelle vicinanze.
I volontari della protezione civile si dettero un gran da fare per liberare i tetti dalla cenere delle abitazioni non inghiottite dalla lava, per evitare che crollassero; inchiodarono alle finestre lastre di lamiera per evitare che le bombe vulcaniche, rompessero i vetri e incendiassero le abitazioni.
In due settimane si era formato a fianco dell’abitato, un vulcano alto 210 metri, cui fu dato il nome di Eldfell (monte di fuoco).
Le sue eruzioni di lava demolivano lentamente le abitazioni e riversandosi in mare minacciavano di ostruire il porto.
Gli scienziati interpellati per trovare una soluzione, proposero di riversare sul fronte della lava acqua di mare, in quel periodo particolarmente fredda, utilizzando delle lance montate sulle imbarcazioni.
La strategia adottata funzionò e il flusso di lava fu rallentato.
La battaglia però sarebbe stata vinta dal vulcano se l’eruzione non si fosse fermata il 26 giugno del 1973.
In ogni caso le misure adottate salvarono il porto, e il fronte di lava ora lo protegge maggiormente dalle forze del mare.
La lava distrusse un terzo delle 1200 abitazioni dell’isola.
La maggior parte degli abitanti è tornata ad abitare sull’isola.
Oggi il vulcano Eldfell è un’attrazione turistica e il suo calore è sfruttato per riscaldare le abitazioni, pompando acqua dai pozzi scavati nei suoi fianchi.

Mauro Scattolin

Fonte: Geologica – edizioni Gribaudo


Hávamál – La voce di Odino

Hávamál – La voce di Odino
Il testo sacro degli antichi vichinghi

Testo fondamentale della cultura nordica in antico islandese ora disponibile in traduzione italiana con commento.

La tradizione vuole che Odino stesso abbia composto questo mirabile carme in cui sono affrontati i temi piú disparati che riguardano l’uomo, dal viaggio visto come avventura della vita che dischiude gli aurei sentieri dello spirito, all’ospitalità dovuta al viandante, all’amicizia, la più preziosa delle ricchezze, fino ad arrivare all’autosacrificio di Odino che appeso all’albero del cosmo viaggia in spirito tra i nove mondi della cosmologia nordica alla conquista delle rune, quei magici simboli in cui è racchiusa l’essenza delle cose.

Null’altro del genere è rinvenibile in lingua italiana. Da essa anche un lettore non specialista potrà cogliere i preziosi suggerimenti per la vita ordinaria di cui gli Hávamál sono ricchi.

Di sicuro fascino risulterà poi per tutti quelli che non richiedono altro che di essere introdotti al mitico mondo degli antichi germani, capire quali erano gli ideali di vita, i sogni, i valori e le passioni di quegli intrepidi guerrieri, sempre alla ricerca di avventure, terre e pericoli.

Traduzione e note a cura di Antonio Costanzo

Chi fosse interessato ad averne una copia può scrivere a mauro.scattolin@slow-trekking.it


VIDEO: In Patagonia con Slow-Trekking

Ciao,
per tutti quelli che ci seguono ecco un breve video di presentazione dei nostri viaggi in Patagonia. Spero con queste immagini di invogliarvi a visitare insieme a noi questi luoghi davvero unici.

Ecco il video sul nostro canale youtube:

In Patagonia con Slow-Trekking

Mauro


Gli Islandesi e gli Elfi

Circa l’ottanta per cento degli islandesi crede nell’esistenza di un “popolo invisibile” o quantomeno non nega la possibilità che questi esseri esistano.
Sicuramente le radici pagane delle tradizioni di questo popolo, sono la motivazione di queste credenze, come la lunga convivenza con una natura forte e misteriosa.
Per molto tempo nessuno è stato capace di spiegare razionalmente fenomeni prepotenti e spesso imprevedibili come le eruzioni vulcaniche sotto i ghiacciai, i soffioni sulfurei o le pozze termali.
Per molto tempo l’Islanda è stata isolata dal resto del mondo, per i contadini che passavano lunghi e bui inverni in fattorie isolate l’idea di convivere con altri esseri, seppure invisibili, era tutto sommato confortante.
Si spiega così l’orgoglio degli islandesi nel parlare dei loro elfi e il rispetto che portano loro, perché stuzzicare lo smàfolk (piccolo popolo) può avere conseguenze nefaste al limite del malocchio.
Spesso in Islanda, anche nei luoghi più deserti capita che la strada si restringa o segua un tracciato inspiegabile, se ne chiedete la spiegazione ad un islandese vi dirà che è necessario evitare una roccia a bordo strada perché abitata dagli elfi.
Diversamente dai troll scandinavi, piccoli e bruttini, quelli in Islanda hanno misure quasi umane.
Nei campi di lava si possono incontrare gnomi, elfi, fate, nani, folletti, spiriti dei monti ed angeli, le leggende che li riguardano vengono tramandate da generazioni.
Secondo queste leggende, molti cumuli di rocce e le formazioni laviche più strane, sarebbero in realtà troll, che sorpresi dalla luce si sono trasformati per sempre in pietre!
Esistono degli esperti, in Islanda, che verificano la presenza di Trolls nelle rocce nei sassi e nei massi; essi vengono chiamati ogni qual volta si renda necessario costruire un’abitazione in luoghi “sospetti”!

Mauro Scattolin

In  parte preso da I Meridiani Islanda anno XII n.78 pp.120


Viaggio nel cibo

Tutto è cominciato con una bicchierata in un locale del sud argentino, qualche birra e varie vivande locali. Le etnie dei compagni di tavolo: io italiano, un argentino, un tedesco e un nord americano. Era palese che la conversazione degenerasse in una disputa sulla “cultura del cibo”, io propenso a non mollare lo scettro tutto tipico italiano di degustatori di primordine, gli altri a puntualizzare la mania italiana del buon cibo.
La discussione ci ha visto pacati fin quando è arrivata la classica frase: “voi italiani pizza e spaghetti”. A questo punto, i geni di casa si sono fatti largo di prepotenza e sono usciti allo scoperto, con tutto quello che ne consegue di primordiale spirito patriottico, e il tranquillo pomeriggio al bar si trasforma in una discussione a fil di lama.
Capisco un argentino figlio di emigranti o un tedesco che comunque hanno una certa cultura in fatto di cucina, ma che un americano si permetta di giudicare secoli di cultura culinaria questo proprio no. Da qui è nata l’intenzione di mettere in piazza la mia personale opinione sui viaggiatori italiani e sulle loro esigenze quando si siedono a tavola.
Partendo con il piede critico, devo ammettere che gli italiani in viaggio, per quanto riguarda il cibo, sono dei veri rompiscatole, ma, se si analizzano le abitudini nostrane in fatto di cucina è davvero difficile eguagliare la vastità e varietà di cibi che si possono degustare nella nostra penisola. Tornando al tema in questione, io e miei compagni di tavolo iniziamo un’analisi delle tipologie di turista e delle primarie necessità durante un ipotetico viaggio in un paese straniero.
L’anglosassone pone al primo posto come interesse le bellezze architettoniche e culturali. Il degrado e l’abbandono di certi siti non lo lasciano indifferente, tanto da intraprendere la crociata della salvaguardia in qualsiasi angolo del pianeta si trovi. La cucina locale, messa in secondo piano, non desta particolare interesse. Il cibo è per il sostentamento quindi e le basi culturali dell’arte culinaria del luogo vengono relegate al margine degli interessi del viaggio.
Il nordico vede nell’aspetto ambientale l’interesse di primo ordine, non tralasciando di far notare l’eventuale degrado. Quindi le strutture ricettive devono avere gli standard descritti nell’eventuale opuscolo di viaggio, creando alterazione e disorientamento se viene apportata anche la più piccola modifica, pretendendo, a volte creando situazioni paradossali, la realizzazione di quello che vi era scritto. Per il cibo si addentra nel mondo del “si prova tutto, basta non avveleni”, senza timore e con un pizzico di avventatezza.
E qui entriamo nel dedalo di problematiche che si possono riscontrare nel viaggiatore al di fuori del proprio contesto sociale. Certamente l’interesse ambientale non lo lascia impassibile, le culture locali lo affascinano e si lascia trasportare volentieri anche se sono richieste prestazioni che lo vedono al limite della sua tenuta fisica. Si lascia coinvolgere dagli aspetti sociali e subito sposa le cause locali, arrivando anche all’adozione del nonno in via di estinzione o peggio, al sostegno alla campagna per la salvaguardia della formica con tre antenne, e cosi via. L’aspetto delle strutture ricettive è sempre sotto la lente di ingradimento del viaggiatore e a volte spostano l’ago della bilancia nella scelta dell’itinerario o della località. Però spesso non vengono sdegnate le scomodità locali, che rendono il nostro viaggiatore parte attiva degli usi e abitudini della zona.
Il cibo, già come vocabolo può apparire volgare ad una mente occidentale. E’ come chiamare la Gioconda di Leonardo, “la contadina sorridente”, stride, la parola “cibo”, meglio utilizzare “l’alimentazione” vasta base culturale che ci si porta appresso e che si è evoluta insieme alla nostra società. Lo si può anche notare in molteplici raffigurazioni artistiche: l’apice lo si trova in un artista, l’ Arcimboldo, che, dagli elementi della cucina, ne ha ricavato arte.
Bisogna anche dare spiegazione di come si è giunti a questi livelli di necessità dove il solo ingerire per sostentarsi non è più bastato ma,  il condividere il cibo con altri è divenuto una forma di suggello di un incontro. Viandanti che percorrevano le vie giungevano ai luoghi di arrivo del loro viaggio e l’incontro si suggellava con un pasto corposo. Ogni festeggiamento se si vuol definire tale deve finire “a tavola” tra vivande di ogni genere, e “sulla tavola”. Sedersi attorno ad un tavolo è un elemento essenziale e a volte sottovalutato soprattutto nei paesi di origine islamica dove si nota lo sguardo dell’occidentale che a una cena tipica si guarda intorno cercando di scorgere un qualsiasi mobile che funga da tavolo. Invece, ritrovandosi a carponi su un tappeto finemente lavorato, non trova pace, né posizione degna di fargli degustare comodamente le vivande offerte.
Sinceramente, diciamocelo, sedia e tavolo sono state delle innovazioni che gli occidentali più hanno apprezzato, creando l’arte dello stare a tavola. A volte mi stupisco della resistenza fisica del corpo umano, qualora si sia invitati ad un matrimonio: ore passate seduti senza far vedere il dolore fisico del fondo schiena costretto, sagomato e a volte inciso in sedie di estetica d’autore ma di dubbio confort. Nonostante ciò, le sofferenze posturali sono un passaggio obbligato, se si vuole raggiungere il traguardo del dessert apice di ogni lauto pasto.

Antipasti

Qualsiasi argomento (sia questo l’ultima partita di calcio o la riforma sulla giustizia) appassiona e coinvolge gli interlocutori se viene introdotto attorno ad un antipasto. Non di certo due olivette, ma una serie di leccornie che ti fanno ripercorrere, come in un viaggio itinerante, molteplici località: olive ascolane, bruschette ai formaggi, gamberetti in salsa rosa, melanzane, peperoni e sottaceti vari.

Primi

Primi piatti forti e piccanti portano con loro il calore del sole e la cultura di un luogo. Variopinti e delicati ripercorrono le coste e ti cullano sulle onde. Corposi e pieni salgono nelle vallate e alpeggi sovrastati da imponenti massicci montuosi.

Secondi

Il viaggio continua senza sosta con i secondi portandoti all’interno delle dimore, presentandosi ricco e abbondante con decine di sfaccettature. Caldo e fumante a contrastare i pungenti freddi del nord. Brioso e tenue nella sua temperatura a rispecchiare le caratteristiche del sud.

Per gradire

E poi i formaggi che, senza ben definita collocazione, prendono posto a seconda del momento e dell’umore. Non si sono creati una loro solida nicchia all’interno di un pasto, ma preferiscono spaziare a piacere come il momento di sorpresa all’interno di un viaggio, quello che non ti saresti mai aspettato di vedere, ma eccolo lì,  ti capita qualcosa che dà un senso al tuo viaggio. Forse è una cosa piccola e banale, ma che ti rimarrà impressa nella mente ancor più del monumento che è di fronte a te, a perenne suggello dei nostri avi.
dessert
Pensate sia finita? Manca ancora l’assaporare quello che di dolce vi è del luogo. Gli strati di vari ingredienti ti portano all’interno dell’animo della gente del posto, i colori e le guarnizioni sono l’espressione delle allegrie locali. Ora si potrebbe dire “siamo giunti alla frutta” ma, secondo voi un viaggio lo si fa a bocca asciutta? Penso proprio di no.

Carta dei vini

Dobbiamo allora prendere in considerazione un altro aspetto del viaggio di un occidentale: il vino. Ci tengo a puntualizzarlo. Un pranzo senza vino è come un viaggio senza compagni, come non scambiarci impressioni, vivere assieme momenti e condividere emozioni. Allo stesso modo, riuscire ad abbinare un vino ad un piatto è un’impresa non priva di rischi. Richiede esperienza e cultura, come in un viaggio, l’abbinare luoghi con le giuste guide fa la differenza.

Infine giunti al caffé, che suggella la fine del nostro percorso, se il viaggio è stato di suo gusto e le portate soddisfacenti, il commensale viaggiatore lascerà una lauta mancia e soddisfatto proseguirà il viaggio, ovviamente per scoprire nuovi luoghi e nuovi cibi.
Spero di avervi, almeno in parte, illustrato perché gli abitanti di questa vecchia europa sono complicati quando escono dal loro paese, ma quello che più spero, è di avervi fatto viaggiare, almeno per qualche minuto.

Mauro  Tiozzo


Nascita dell’Isola di Surtsey – Islanda

Quest’isola è nata quando una nuova spaccatura si è aperta sul fondo dell’oceano, vicino all’arcipelago  Vestmannaeyjar, che si trovano nel sud dell’Islanda.
Le eruzioni di lava sul fondo dell’oceano (eruzione di tipo idromagmatico) hanno costruito un edificio vulcanico che ha raggiunto la superficie dell’acqua verso la fine del 1963.
La mattina del 14 novembre il cuoco del peschereccio Isleifur II vide in lontananza innalzarsi una colonna di fumo all’orizzonte, pensò che si trattasse di una nave in avaria lanciò l’SOS, ma solo quando si avvicinò si rese conto di quello che stava accadendo, l’acqua del mare ribolliva vigorosamente e pennacchi di cenere nera si innalzavano nell’aria in un susseguirsi di esplosioni continue.
Dopo alcuni giorni il cono di scorie emerso dal mare era alto 50 metri e lungo 500 metri.
Fontane e flussi di lava continuarono come principale attività, ricoprendo sempre più il cono vulcanico.
Le eruzioni cessarono il 5 giugno 1967, l’isola aveva raggiunto la superficie di 2,6 chilometri quadrati, il mare con la sua azione erosiva asportò le parti più “tenere” dell’isola, tanto che nel 2005 l’isola aveva una superficie ridotta della metà.
Il nome Surtsey prende il nome dal dio del fuoco della mitologia nordica Surtur.
Attualmente i biologi usano quest’isola per studiare il processo di graduale colonizzazione delle diverse forme di vita in un luogo che ne è totalmente privo.
I primi esseri ad essere stati individuati furono degli insetti volanti (1964), portati dal vento.
Anche muschi e licheni comparvero abbastanza velocemente (1965), ora ricoprono una grande porzione dell’isola.
Alcune foche nel 1983 incominciarono a venire a riprodursi sulle coste dell’isola, mentre una colonia di gabbiani è presente sull’isola dal 1986.
Gli uccelli che nidificano sull’isola apportano migliorie al suolo con i loro guano, e aiutano a spargere i semi delle varie piante. Nel 1998 fu trovato il primo cespuglio di un salice; oggi sull’isola ci sono 30 specie permanenti di piante.
Si è osservato che ogni anno arrivano da 2 a 5 specie nuove.
Nel 1993 fu trovato un lombrico, forse giunto dall’Islanda trasportato da un uccello.
Le lumache sono arrivate nel’1998 e da allora si sono stabiliti ragni e scarafaggi.
L’incremento della vegetazione sull’isola ha portato anche i primi uccelli migratori.
I primi nidi di pulcinella di mare sono stati trovati sull’isola nel 2004.

Mauro Scattolin

Fonte: Geologica (ed. Gribaudo)


Vulcani e conversioni al cristianesimo

Nel 1104 in Islanda una violenta eruzione scuote il vulcano Hekla, nel mondo cristiano iniziano a circolare le storie più orribili, tra cui quella che si è aperta la porta dell’inferno, versione preferita dai monaci cistercensi.
Per intimorire gli eretici nulla può essere più efficace di mostrare loro, con un esempio terreno, le sembianze dell’inferno.
Sempre in Islanda, nell’anno 1000, l’Althing, il primo parlamento democratico del mondo, si riunisce a Thingvellir, una vasta distesa di lava solcata da fenditure e interrotta da falesie di basalto.
All’ordine del giorno c’è: adottare il cristianesimo o continuare a venerare gli antichi dei.
Il dibattito è molto animato e i due clan interessati nella discussione si dichiarano entrambi fuori legge!
Proprio in quel momento arriva  un messaggio che annuncia che la lava sta sgorgando e minaccia il villaggio di uno dei capi clan.
I pagani esultano: “nulla di strano, i nostri déi sono irritati dalla vostra proposta cristiani…”.
Ma il capo cristiano Snorri rigira la situazione a suo vantaggio, indicando la vasta distesa di lava solidificata che ricopre Thinghvellir, domanda:
“ Perché allora erano irritati gli déi quando questa lava si è diffusa sul terreno? Proprio perché, conclude Snorri, non esisteva ancora il cristianesimo nell’isola!”
L’esito della votazione è a suo favore, l’Islanda si converte alla fede cristiana per “una colata di lava”!

Mauro Scattolin
Tratto da Vulcani fuoco della terra


Il vulcano nato da un campo di grano

I vulcani hanno una vita breve e spesso effimera rispetto alla scala dei tempi geologici. In più occasioni l’uomo è stato testimone diretto della nascita di un vulcano, ma solo di recente i geologi hanno potuto osservare di persona l’origine  e l’evoluzione di uno di essi.
Questo è avvenuto proprio nel caso del Vulcano Paricutin quando, il 20 febbraio del 1943, un contadino messicano di nome Dionisio Pulido, mentre stava arando il suo campo di mais, vide uscire del fumo da una spaccatura del terreno.
Dioniso tentò di spegnere quello che pensava fosse un incendio, buttando della terra sopra la frattura; ma quando la terra tremò con violenza sotto i suoi piedi, si spaventò e corse subito al vicino villaggio di Paricutin a chiedere aiuto.
Quando ritornò sul luogo con alcuni abitanti del villaggio, notò che dalla frattura del terreno fuoriuscivano fumo, cenere e pietre roventi.
Le esplosioni con lanci di materiale si fecero via via sempre più intense e violente, il giorno dopo si era formato un accumulo di materiale incandescente fumante alto alcuni metri.
Nel frattempo accorsero sul posto molti geologi che effettuarono osservazioni e misurazioni dirette della temperatura dei prodotti eiettati, analizzarono la composizione dei gas emessi ed annotarono le modalità di deposizione del materiale igneo.
Nei giorni seguenti il neo vulcano continuò ad eruttare grandi quantità di cenere, pomici e brandelli di lava ed in poco tempo si formò un cono vulcanico alto un centinaio di metri, a cui fu dato il nome del vicino villaggio di Paricutin, che nel frattempo era stato coperto da cenere e lapilli.
Dopo circa un anno il neonato vulcano Paricutin era alto più di 400 metri!

Il vulcano Parcutin (3170 metri s.l.m.) nella lingua Purépecha significa “Luogo all’altro lato”, è il vulcano più giovane al mondo e appare in alcune delle versioni delle Sette Meraviglie Naturali al Mondo.
Si trova nello stato Messicano del Michoacan, tra il villaggio di Nuevo San Juan Pararangaricutiro e Angahuan.
L’eruzione del Paricutin durò complessivamente nove anni, le lave eruttate avanzarono per una decina di chilometri rispetto al centro eruttivo.
Non ci furono vittime perché la popolazione ebbe sufficiente tempo per mettersi in salvo.
I villaggi di Paricutin e San Juan Parangaricutiro furono seppelliti dalle lave, il primo completamente, del secondo resta visibile solo la torre sinistra della facciata della chiesa e la parte posteriore con l’altare.
I geologi hanno suddiviso i nove anni di attività del vulcano in quattro periodi caratteristici:
il primo periodo detto Quitzocho (dal 20 febbraio al 18 0ttobre 1943) è cominciò con l’emissione di vapore dalla frattura apertasi nel campo di Dioniso Pulido, che bruciò tutta la vegetazione in un raggio di trenta metri.
Di seguito si alzò una colonna di un chilometro d’altezza, con contemporanea espulsione di materiale incandescente, sotto forma di spesse nubi di cenere; bombe vulcaniche furono lanciate fino a 500 metri di altezza.
Questa attività iniziale causò la scomparsa di diversi mammiferi selvatici e la morte graduale della vegetazione nell’intorno compresi pini e querce.
La prima colata di lava fuoriuscì alle ore 22 del 20 febbraio e dopo il primo giorno le colate presero direzione nord, con una velocità di circa 2-3 metri all’ora.
Durante questa fase l’attività fu concentrata all’intorno della frattura centrale, e la caratteristica più rilevante fu la costruzione del cono principale.
Durante questo periodo il cono raggiunse un altezza di circa 300 metri.
In questa fase le famiglie più ricche e meno radicate sul territorio iniziarono subito l’esodo, soprattutto verso Uruapan. Nel mese di giugno, a seguito della veloce avanzata delle lave (25 km orari) fu ordinata l’evacuazione del villaggio di Paricutin.
In seguito la regione fu colpita da una carestia senza precedenti, a causa del bestiame morto e delle coltivazioni andate distrutte.
Il secondo periodo detto Sapichu (dal 18 ottobre 1943 all’ 8 gennaio 1944) fu il momento di maggiore attività del vulcano, caratterizzato dalla comparsa simultanea di una serie di condotti vulcanici di minori dimensioni rispetto a quello principale.
Il nome di questo periodo fu assegnato proprio per l’importanza di uno di questi condotti, il quale diede origine al cono avventizio Sapichu ( “bambino giovane” in lingua Purepecha).
Le colate provenienti da questi condotti continuarono in direzione nord, alternate sempre da eruzioni piroclastiche. Raggiunsero un estensione approssimativamente di 3,5 chilometri quadrati.
Il cono raggiunse in questa al termine di questo periodo un altezza di 350 metri circa.
Il terzo periodo fu chiamato El Taquì (dall’ 8 gennaio 1944 al 12 gennaio 1945) caratterizzato dall’apertura di una serie di fratture formatesi a sud e a est sul cono principale.
In questo periodo si verificò un’importante riattivazione del cono principale, la quale ha produsse una colata che raggiunse la massima distanza verso ovest e nord-ovest.
Il flusso di lava raggiunse uno spessore di 60 metri e una lunghezza di 10 chilometri circa, coprendo un area di 17 chilometri quadrati.
Durante questo periodo l’attività piroclastica fu sporadica.
L’altezza del cono variò di pochi centimetri rispetto al periodo precedente.
Durante questi diciotto mesi di attività, si osservò la ricorrenza ciclica di esplosioni e colate di lava, caratteristica che continuò fino alla completa cessazione dell’attività del vulcano.
Senza ombra di dubbio l’importanza di questo periodo è da attribuire al rilevante impatto sociale che ebbero le colate, comprendo completamente in poco tempo il villaggio di San Juan Parangaricutiro e Paricutin.
Il 4 ed ultimo periodo fu da gennaio 1945 a febbraio 1952.
A partire da gennaio 1945 l’attività del vulcano continuò con cadenza mensile; i periodi di eruzione iniziarono sempre con violente espulsioni di materiale piroclastico e successive emissioni di flussi di lava.
Nel periodo compreso tra il 1948 e 1949 le esplosioni si verificarono ogni tre mesi, e con un intensità sempre minore, salvo rare eccezioni.
Nell’agosto 1946 il Paricutin raggiunse 2750,50 metri s.l.m..
Dopo tre anni di relativa calma, nel gennaio 1952, si ebbe una riattivazione, con la formazione di una colonna eruttiva di 3 chilometri d’altezza; questa attività non generò cambiamenti sostanziali alla geometria del cono, ma fu il preludio all’arresto dell’attività del vulcano.
Dopo il 4 marzo 1952 non si verificarono più episodi eruttivi, il Pricutin è ora alto 3170 metri s.l.m.

Mauro Scattolin

Bibliografia:
2002 Corona Chavez Pedro: “El Paricutin: una de las doce Maravillas Naturales del Mundo”.
1996 Scattolin Mauro: Tesi di Laurea – “Studio Geologico e Morfometrico della Meseta Tarasca, Michoacan Mexico”.


La prima volta in Islanda – 1992

Nel 1992 insieme a tre compagni di viaggio, Loris, Sergio e Daniele, sono partito in una torrida giornata di luglio per percorre l’Islanda in bicicletta.
L’accoglienza è stata molto dura, 5 gradi centigradi e pioggia, è stato il benvenuto dell’isola! Ma chi vuole visitarla e ammirare le meraviglie dei suoi paesaggi, deve imparare velocemente a convivere con questo clima severo.
Ricordo ancora con lucidità quel primo giorno in cui abbiamo percorso 110 km con il freddo e la pioggia, l’accoglienza dell’ostello vicino alla cittadina di Selfoss e il mio primo acquisto: un cappellino di lana!
Ma sicuramente la parte più affascinante e avventurosa del viaggio è stata, la traversata dell’altopiano centrale fino alla città di Akureyri.
Ricordo la prima “lezione” ricevuta da quest’isola che sfiora il 66° parallelo nord;
assieme ai mie tre compagni di avventure mi ero prefissato di compiere una distanza di circa 100 km, per poter così attraversare l’altopiano in 3 giorni, ma quel giorno il vento con raffiche tra i 60 e gli 80 km orari, ci ha costretto a percorrerne solo 45 km in 9 ore, obbligandoci a piantare la tenda in mezzo al “nulla”.
Impagabile la soddisfazione di fare il bagno nella vasca naturale di Laugafell, fuori temperatura di 4 gradi centigradi in acqua 38°, immersi in una natura stupenda.
Rimarranno sempre dentro di me le emozioni provate nell’attraversare il grande sandur tra il ghiacciaio Vatnajokull e il ghiacciaio Hofsjokull, percorrendo la mitica pista di Sprengisandur.
Ricordi che ho messo alla prova ritornandoci quasi vent’anni dopo,  ogni metro di strada mi sembrava familiare!
Sicuramente il percorrere la strada in bicicletta, “conquistandone” ogni metro, ti scolpisce la memoria in maniera indelebile.
Socchiudendo gli occhi rammento il terribile freddo ai piedi, guadando i fiumi glaciali, infatti in questa parte d’Islanda non esistono i ponti, ma la soddisfazione ci riempiva di gioia per la piccola impresa e il freddo si sentiva meno!
Che fortuna quella di poter ritornare in questa splendida Isola, ho ripercorso più volte quella strada, senza annoiarmi mai, i colori e le emozioni sono sempre diverse!

Mauro Scattolin


Breve storia della Valmalenco

La Valmalenco si trova nel cuore delle Alpi Retiche, terra di frontiera, confina con la Confederazione Svizzera.
E’ abitata dai Malenchi, genti lavoratrici che si contraddistinguono per la loro riservatezza.
Genti temprate da un terreno impervio, i Malenchi sono un popolo abituato a sostenere le prove più difficili.
Il dialetto Malenco, che pur avendo radici valtellinesi differisce in molti aspetti dalle parlate delle altre valli; è influenzato dai Celti, dai Liguri e dai Ladini.
Nella parte iniziale la Valmalenco è stretta, caratterizzata da versanti ripidi e alberati di castani e frassini, si apre poi in un’ampia conca verde che si dirama nelle valli di Chiareggio e del Lanterna ai piedi dei massicci montuosi del Disgrazia e del Bernina.
Nel 250 d.C. i romani entrano in Valmalenco, intuendone l’importanza strategica e progettano la costruzione di una strada carovaniera che raggiunge il passo del Muretto e di lì Coira nel cuore della Rezia.
Dal 500 d.C. al 1000 d.C. sviluppano le attività estrattive di minerali e pietre ornamentali, quali la pietra ollare e il serpentinoscisto, che daranno una realtà culturale sociale ed economica evolutasi fino ai giorni nostri.
Tra il 1300 e il 1400 la Valmalenco affronta uno dei periodi più difficili della sua storia, diviene teatro di molte catastrofi quali alluvioni, terremoti, frane, siccità e gelo che culminano nel 1630, in un’ epidemia di peste, che causa moltissime morti decimando paesi e frazioni.
La dominazione dei Grigioni (1512-1797) contraddistinta da tensioni religiose, fa comunque rivivere nuovo splendore alla via carovaniera.
Ai Grigioni seguono i Francesi e poi gli Austriaci, che istituiscono le prime scuole pubbliche.
A partire dal 1800 la nascita dell’alpinismo dà vita allo sviluppo delle attività turistiche e dei nuovi mestieri ad esse connesse.
Con l’inizio del Regno d’Italia, nel 1861, le ristrettezze economiche portano via via ad  un processo migratorio rivolto soprattutto alle Americhe e all’Australia.
Le difficoltà economiche del dopoguerra e la vicinanza del confine svizzero fondano i presupposti per lo sviluppo del contrabbando, creando un vero e proprio “mestiere”, quello del contrabbandiere.
Gli anni ’60  sono caratterizzati dalla diffusione delle discipline sportive invernali, che portano alla costruzione degli impianti di Caspoggio e Chiesa Valmalenco.
Oggi è considerata un vero “paradiso di neve”, meta privilegiata per la pratica degli sport invernali, qui infatti si trova il terreno ideale per lo sci alpino, lo sci nordico e lo sci alpinismo. D’estate un’articolata rete di sentieri “da rifugio a rifugio” – in un contesto di alto valore naturalistico, storico, etnografico – permette passeggiate ed escursioni emozionanti immersi nella bellezza di uno splendente paesaggio, dove spicca la scenografica piramide del Pizzo Scalino.

Mauro Scattolin


In Sudan ospite di Emergency

Quello che troverete scritto qui di seguito è una breve testimonianza dell’importante lavoro che Emergency svolge in tutte le parti del mondo là dove ci sono in corso guerre o ci sono state, o comunque ci sono situazioni di estrema povertà. Nel novembre 2010 mi sono recato in Sudan a trovare mia moglie che lavora presso il centro Salam, il famoso centro di cardiochirurgia costruito nel 2007 da Emergency a Soba, lungo le rive del Nilo azzurro a 20 Km da Khartoum. Sono stato ospite per 13 giorni di Emergency, che mi ha dato la possibilità di visitare l’ospedale e gli altri progetti in Sudan. Ringrazio tutto lo staff di Emergency che per tutto il periodo in cui sono stato a Khartoum mi ha fatto sentire uno di “loro”. Ho potuto disegnare con i bimbi del “ward” (reparto), i loro sorrisi sono indelebilmente impressi nella mia mente! Ho fatto il “portatore” della cassa frigorifero, raccogliendo il plasma negli ospedali di Khartoum; ho assistito a due interventi di sostituzione delle valvole cardiache eseguiti da Gino Strada; è emozionante vedere fermare il cuore e poi farlo ripartire!

Il centro “Salam” che in arabo significa “pace”, la gente qui lo chiama “l’ospedale gratuito dei bianchi per il cuore”; il Salam con la sua assistenza altamente specializzata offre gratuitamente cure a pazienti affetti da cardiopatie congenite e acquisite, provenienti da tutto il Sudan e da nove paesi confinanti: Etiopia, Eritrea, Egitto, Kenya, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Repubblica Centro Africana, Ciad, Libia e inoltre da Ruanda, Sierra Leone, Tanzania, Zambia, Nigeria, Irak, Chad, Giordania, Somalia e Gibuti. Ma senza dubbio l’esperienza più toccante è stata la visita Mayo, un immensa distesa di fango, lamiere e teli di plastica che si estende a perdita d’occhio nella periferia di Khartoum. Questo “quartiere” è nato circa 20 anni fa come campo profughi, costituendo l’unico rifugio per migliaia di sudanesi sfuggiti ai conflitti nel sud del paese; giorno dopo giorno, anno dopo anno si è trasformata in una sorta di città permanente. Oggi vivono a Mayo più di 300.000 abitanti e quasi la metà sono bambini. Mayo è considerata ormai una città, divisa in quartieri governati da diversi sultani, che rappresentano clan, etnie e famiglie. In questo “inferno” di polvere sorge il centro pediatrico di Emergency, anche questa struttura è completamente gratuita e riesce ad offrire assistenza sanitaria a circa 50 bambini ogni giorno. Le patologie più frequenti sono le infezioni intestinali e respiratorie, la malaria  e vari livelli di malnutrizione. Il mio giorno di visita è coinciso con il sabato, il giorno in cui i Community Health Promoters, alcuni infermieri e un dottore dello staff di Emergency, si muovono all’interno di  Mayo  per svolgere attività di prevenzione ed educazione igienico-nutrizionale e controlli a domicilio per verificare la corretta applicazione delle terapie e le condizioni generali dei bambini, oltre che per cantare e giocare con loro.

Grazie ancora ad Emergency che dà una speranza di vita ai bambini di Mayo e di tutta l’Africa.

Mauro Scattolin


Val Qualido e la Stalla Ovale

Siamo ai primi di Novembre e la meta della nostra giornata è l’Alpe Qualido.  Il ritrovo è  S.Martino con i ragazzi che vengono da Parma, è la loro prima volta in Val Masino. Paghiamo il parcheggio per la Val di Mello, (possibile che il biglietto sia di 5 euro e la macchinetta funzioni solo a monete?) e parcheggiata l’auto all’ingresso della valle ci incamminiamo passando accanto ad un primo nucleo di baite su cui incombono le “Cascate del Ferro”. Proseguiamo oltre in cerca del cartello che indichi la deviazione per la Val Qualido ma dopo 15 minuti di cammino ci viene il sospetto di aver saltato il bivio. Tornati indietro chiediamo ed effettivamente il sentiero per l’Alpe Qualido parte in corrispondenza del ponticello che permette di raggiungere le baite Ca di Carna. Iniziamo a salire su un sentiero che man mano si restringe e diventa sempre più ripido. Entriamo nel bosco punteggiato da grossi blocchi di granito che si ergono fra le piante. Una ripida serie di tornanti porta in breve all’imbocco della valle e, sfruttando un sistema di grandi cenge, alberate prendiamo quota rapidamente. Sulla sinistra si erge la impressionante muraglia del Qualido che delimita la valle con una parete quasi verticale alta 500 metri. La salita è continua e dobbiamo fermarci ogni tanto per prendere fiato.

Più in alto per superare una piccola parete rocciosa è stato necessario costruire una ripidissima ed esposta gradinata che porta ad un bosco sospeso oltre il quale si trova un’ampia radura circondata dalle rocce. Mi rendo conto di quanto sia realistico il racconto dei pastori, che portando le mucche dagli alpeggi a fondo valle si appendevano alle code degli animali per bilanciarli in discesa e far si che non perdessero l’equilibrio, cadendo rovinosamente. Dopo un tratto quasi pianeggiante arriviamo a ridosso della grande parete granitica del Qualido ai cui piedi si trovano numerosi ripari ricavati sotto grandi blocchi, un tempo usati da pastori ed armenti, oggi luoghi di bivacco per chi vuole cimentarsi nelle molteplici possibilità di scalata di questa vera e propria “big wall”italiana. Usciti dal bosco ci troviamo su un’ampia sella erbosa da cui parte una dorsale che divide la Val Qualido in due stretti solchi. Qui ci fermiamo un momento a riprendere fiato e a fare qualche fotografia. Incredibilmente pur essendo Novembre e trovandoci a circa 2000 metri di quota si sta bene anche in maglietta a maniche corte. Traversando leggermente in salita verso destra, sul versante opposto della valle si nota una zona di grandi blocchi granitici sovrastati da una piccola e verticale parete rocciosa. Alcuni blocchi presentano visibili muretti a secco che ne sbarrano un lato creando grandi ripari: è l’Alpe Qualido. Con facilità raggiungiamo il torrente che si getta nella ripida e sottostante valle parallela a quella che abbiamo appena risalito. Raggiunti i ripari dell’Alpe Qualido possiamo finalmente tirare il fiato e goderci il tepore del sole e lo splendido panorama.

L’Alpe Qualido è un minuscolo avamposto umano ricavato da ripari sotto grandi blocchi sfruttati in passato come ricoveri per uomini e animali. Grandi muri a secco chiudono le aperture e creano ambienti abbastanza confortevoli per chi doveva lavorare quassù nei mesi estivi dell’alpeggio. E qui, sotto un grande blocco piatto e ricoperto d’erba si trova uno dei più strabilianti manufatti delle Alpi: una grande stalla ovale dal pavimento selciato, dotata di scoli per i liquami, con una lunga mangiatoia che ne segue il perimetro, con le travi forate ove legare circa 50 mucche. Alcune feritoie lasciano passare aria e luce e tutto il perimetro interno è stato rifinito con un grande muro a secco (ormai parzialmente crollato) che limita gli spifferi d’aria.  Dopo aver pranzato decidiamo di rientrare per lo stesso itinerario di salita ed in poco meno di due ore siamo a S.Martino davanti ad una meritata media chiara. Una splendida giornata dal clima mite e dagli scintillanti colori autunnali passata in ottima compagnia e in uno dei luoghi più belli delle alpi.

 


Da Dangri al Bivacco Ledù passando per i tre laghi

La Val Darengo è una valle, sita nella parte meridionale della catena Mesolcinica, con il suo omonimo lago ai piedi di massicci granitici e creste dentellate, è una delle più belle dell’alto Lario occidentale. E’ la mia seconda visita in valle e questa volta l’intento è di effettuare un’escursione che avevo progettato da tempo, ma che condizioni meteo sfavorevoli o impegni di varia natura mi avevano sempre impedito di portare a termine:  il giro ad anello partendo da Dangri a toccare i tre laghetti alpini lungo parte dell’Alta Via del Lario. Lasciata la macchina al Crotto Dangri (650 m) mi incammino lungo una mulattiera che sale in un bellissimo castagneto fino all’abitato di Baggio, formato da un gruppo di baite in mezzo a verdi pascoli dove è comune poter osservare capre e cavalli.

Il sentiero prosegue a mezzacosta quasi senza pendenza, a sinistra del sentiero si trova un dirupo sotto il quale scorre il torrente Darengo mentre guardando diritti si impone il Pizzo Cavregasco. Dopo un po’ di cammino nuovamente in salita arrivo ad alcune baite ed al rifugio Pianezza (1281m) che si può vedere dall’altra parte del torrente. Procedo invece dritto seguendo le indicazioni, passando ancora tra faggi, abeti e pascoli in una zona ricca di ruscelletti e sorgenti.  Arrivato all’Alpe Darengo seguo i bolli rossi che salgono prima in un bosco di faggi, poi su una cresta molto ripida fino al rifugio Avert. Attraverso l’emissario del lago e salgo sul dosso dove sorge la Capanna Como (1790 m). In questa conca si trova anche il bellissimo lago di Darengo circondatato da pareti rocciose e creste frastagliate. Una  breve sosta per fare uno spuntino e riparto seguendo i segnavia bianchi e rossi dell’Altavia del Lario. Intanto il tempo, incerto al mattino, non sembra migliorare, anzi dal fondo valle cumuli di nebbia salgono velocemente verso le cime che mi circondano. Incomincio a salire lentamente verso la Bocchetta San Pio (2183 m) e da qui cercando di mantenermi in quota, ma scendendo leggermente arrivo al Lago di Cavrig, la cui fama è legata a strane leggende di mostri lacustri . E’ fine maggio e il lago è ancora parzialmente ricoperto dal ghiaccio e solo in una piccola parte è possibile vederne il fondale attraverso le limpidissime acque. Da qui continuo sul sentiero che diventa man mano meno evidente e i bolli bianchi e rossi non sempre sono facilmente visibili. Ora dovrei scendere verso la Val d’Ingherina per poi risalire fino alla sella dell’Avertai e valicare nella Valle di Ledù. Ma il tempo è peggiorato incredibilmente e i continui banchi di  nebbia e una sottile pioggia rendono difficile l’orientamento. Ormai ho perso il sentiero e decido di tenermi il più alto possibile sperando di rincontrare i segnavia dell’Alta Via ed è così che arrivo sulla cresta spartiacque e mi si apre un bellissimo panorama sulla Val Bodengo.  Guardo la carta e capisco di essere salito troppo, mi abbasso di un paio di centinaia di metri. Si alternano momenti di scarsa visibilità a momenti in cui fatico a vedere alla distanza di due metri, sarei tentato di tornare indietro… Decido di fare un ultimo sforzo e quasi a tentoni nella nebbia mi muovo con cautela su massi, roccette  e tratti innevati lungo diversi saliscendi. Ad un certo punto ecco che intravedo nella nebbia la sagoma rossa della piccola costruzione in lamiera del bivacco Petazzi (2245 m). Entro nel piccolo bivacco e per cambiare i vestiti bagnati e mangiare qualcosa per rinfrancarmi della fatica fatta e delle pessime condizioni meteo. Decido di fare un visita al lago Ledù che si trova poco più in alto, proprio alle spalle del bivacco. Che dire, ne intuisco il perimetro e la superficie coperta di neve ma la nebbia è talmente fitta che se non sapessi che si trova proprio in quella posizione non potrei giurare di averlo visto.

Finalmente incomincio a scendere verso la Val Darengo ed ecco anche che incomincia a piovere decisamente. La discesa è molto ripida e su terreno scivoloso, fino ad un alpeggio. Da qui si entra in un bosco di faggi e le tracce di sentiero si fanno via via più deboli. Decido di scendere per la massima pendenza avendo ormai perso anche quelle scarse tracce. Arrivato al torrente che scende lungo la Val Darengo mi rendo conto che il ponte per attraversarlo è molto più in giù, perciò essendo già completamente zuppo decido di guadarlo così come sono senza neanche levare gli scarponi. Finalmente riprendo la comoda mulattiera dell’andata e nel giro di un’ora e mezza sono alla macchina. Dopo circa otto ore di cammino e più di 1600 metri di dislivello saliti, completamente bagnato, mi dirigo verso casa felice di aver passato una splendida giornata tra queste montagne così selvagge ed impervie ma allo stesso tempo così irresistibilmente ricche di fascino.

Jacopo Zezza